| INTERVENTO DI NUNZIELLA BAMBARA |
(RTT del 11-12 settembre 1993-Mileto RC)
testo non rivisto dall'oratore
Il problema della continuità nel servizio in Associazione dopo i Campi Scuola.
...per capire come bisogna far continuare, come si può continuare un rapporto con i Capi. Perchè nella nostra regione capita spesso che dopo i Campi Scuola, dopo uno dei Campi Scuola i capi si perdono. Forse, guardando le statistiche, vedeva (Mimmo Leone) che nei campi dove io e qualche altro come me, eravamo stati presenti, c'era stata una continuità. Anche stasera vedo alcuni che hanno fatto la Route d'Orientamento con me; ma non è certamente merito mio e delle persone ch'erano con me nello staff, il fatto che voi siate presenti, il fatto che ci sia stata una continuità. Penso che forse queste persone sono state più attente alla chiamata del Signore; ed allora si sono ritrovate ed hanno continuato la strada.
Intanto grazie per avermi dato questa possibilità di riflettere, perchè, quanto dico, è valido aldilà dell'essere scout, del rapporto con il Capo; per me è valido in quanto rapporto con l'uomo e quindi è qualcosa che mi serve personalmente, è qualcosa su cui, riflettendo e scrivendo, ho detto: "Ma guarda com'è importante, ogni tanto, sedersi ogni tanto a pensare, per essere più veri con le persone".
E allora inizio subito, e inizio facendo riferimento ad un libro della Bibbia, un libro della Bibbia che mi è servito nell'accantonamento dei Lupetti, come ambientazione alle V.d.B.; è il libro di Rut, ne avete sentito certamente parlare e, sinteticamente, cerco o di riassumerlo, per poi soffermarmi su alcune cose.
Noemi è una donna Betlemita, che è costretta, con la sua famiglia, ad allontanarsi da Betlemme per la carestia e va' nella terra di Moab, dove c'era pane; e qui, purtroppo, dopo un periodo si serenità, di tranquillità, di agiatezza, comincia una serie di disgrazie, di quelle che noi chiamiamo disgrazie: muore il marito, i figli, che si erano spostati da poco tempo, muoiono anche loro e non lasciano eredi; quindi, Noemi ,si ritrova sola con queste due nuore. A questo punto, in lei nasce naturalmente il conflitto: cosa faccio adesso? Sono rimasta alcuni anni, sono stata bene, sono rimasta stanziale (sarebbe a dire: per un periodo) adesso ho bisogno di cambiare vita e di trovare una novità; non c'è la faccio più ad intristirmi, a stare chiusa così, qui, in questo luogo ch'è straniero per me: io sono betlemita. Ma cosa fare?
Ed allora attenta; nonostante la tarda età, è attenta a ciò che accade attorno. Allora, sente le carovane che passano e dicono: a Betlemme c'è pane! Cioè, il Signore ha visitato Betlemme.
Ha il coraggio, per la sua età, di alzarsi e di rimettersi in cammino.
Qualcuno mi diceva prima, fuori, ora non mi ricordo chi.. ah! no, è stata Daniela, prima in macchina (Daniela Valente): al Campo a San benedetto, ad Assisi, ad uno dei Campi, si è fatto un raffronto tra lo scautismo e la vita di San Francesco e si è visto un connubio quasi. Ecco, io dico è un connubio che c'è, del resto San Francesco viveva il Vangelo, c'è tra lo scautismo e la Bibbia.
E allora, Noemi si "alza", fa "strada", come noi continuamente siamo sollecitati a fare strada, ad alzarci nonostante la ripetitività, tante volte, delle cose: avere il coraggio di alzarsi.
Le nuore che fanno? Vorrebbero seguirla. Però noemi è sincera (la sincerità, la lealtà): guardate figlie mie, io non vi posso dare un avvenire, non ho più figli. non ho terreni (perchè li abbiamo dovuti vendere), non ho un avvenire davanti; non solo: voi venite in una terra dove il Dio non è il vostro Dio. Ed allora, perchè dovete venire? "Io" devo andare, io devo andare alla ricerca; voi, restate, siete di Moab, restate nella sicurezza.
E, a questo punto, una delle due sceglie la via facile e rimane; l'altra risponde: "vengo con te", "faccio strada con te", " faccio "l'avventura" con te, perchè il tuo Dio voglio che sia il mio Dio, il tuo popolo voglio che sia il mio popolo, il tuo avvenire sarà il mio avvenire.
E si muovono e vanno "insieme"; accetta, Noemi questa strada fatta insieme a Rut: la nuora che la segue.
Arrivano lì, a Betlemme, che era il momento della mietitura, il momento della ricchezza e nella strada, arrivate lì, scoprono una novità qual'è la novità? Forse si comincia a delineare dentro di loro un progetto: cosa sapevano nel "camminare"? Sapevano soltanto che dovevano andare a Betlemme: dove c'era il pane; però, come realizzare questo pane? come averlo? come possederlo? Era un interrogativo.
Ecco, Noemi riflette. Riflette e ricorda: c'è una legge che dice: il povero, la vedova, lo straniero può andare a spigolare nei campi e a raccogliere ciò che viene lasciato proprio per loro; ad allora Noemi, lo comunica a Rut e Rut obbedisce, dice: vado, vado a spigolare.
Per caso, va a spigolare nel campo di Booz, una persona molto ricca interiormente, molto disponibile, molto accogliente e che s'interessa a lei: Guarda caso, questa persona, è un lontano parente, un lontano parente di Noemi ed ha diritto di riscatto sia del terreno, che Noemi aveva venduto, sia di sposare Rut. Ecco, c'è una vicenda prima, per vedere se era lui o era un altro...etc.., alla fine Booz sposa Rut e da questo matrimonio nasce la speranza del popolo: nasce Obed che è colui ch'è padre di Isai, il padre di David.. e di lì Gesù.
Perchè ho raccontato questo libro molto sinteticamente? Perchè con le cose che credo Mimmo vi ha appuntato, che voi avete, possono fare riferimento molto bene a quanto c'interessa da vicino.
Ecco, innanzitutto l'ascolto: vi dicevo che Noemi ascolta le situazioni e si alza, va e cammina; Booz, quando vede Noemi ascolta le situazioni e si alza, va e cammina, Booz, quando vede Noemi che sta spigolando nel campo, per raccogliere il grano ch'è rimasto, è attento quando arriva l' a questa straniera e chiede: "Ma chi è?".
Non è una che ha già visto ( quindi l'attenzione), chiede informazioni, gli danno informazioni; capisce il cammino fatto da Noemi: è un cammino dettato dall'amore e si sente smosso (Booz), ancora di più, interiormente, da dare delle risposte d'amore.
E allora, noi staff dei Campi Scuola, cosa dobbiamo fare quando ci troviamo nella realtà dei Capi che vengono a fare il Campo, che vogliono 'ascoltare le novità', che vogliono capire meglio, che vogliono aggiornarsi?
La prima cosa da fare è stare accanto alle persone e capire la situazione, per dare delle risposte che siano rispondenti alle loro esigenze.
Delle volte noi ci siamo fatti i programmi, i grandi programmi: sappiamo dove dobbiamo arrivare e allora vogliamo seguire per forza quell'itinerario; a me capitava a scuola quando mi facevo il programma della giornata, dovevo raggiungere quell'obiettivo e mi ero
segnata anche delle metodologie, la situazione, invece, mi doveva far cambiare tutto.
Anche noi nel Campo dobbiamo essere attenti e pronti per cambiare tali "risposte": che siano vere in quel momento, a quel Capo che chiede e che siano vere, naturalmente, anche in assoluto.
Risposte che devono essere chiare, non, come delle volte facciamo, mediate, che non sono né un "si" né un "no" e che non spingono all'avventura verso il grande, ma fanno rimanere un pò nell'acqua calma.
E quindi: ascolto delle situazioni, ascolto dei Capi, ascolto delle cose che ci si presentano nella strada che noi facciamo la route.
E che vuol dire questo? Ecco, a noi, tante volte, le cose ci passano sotto gli occhi e però non andiamo alla ricerca del significato, delle novità che ci possono venire. Rut e Noemi, sono giunte a Betlemme, hanno trovato proprio il momento della raccolta del grano. Cosa fanno? E' una situazione e leggono dentro la situazione. Leggono talmente che viene il ricordo della legge: va a spigolare; leggono talmente che Noemi dira ad un certo punto a Rut: "Fatti bella figlia mia e va' perchè Booz ti sposerà".
Ecco, leggere dentro le cose, "ricerca del significato" nelle cose che ci capitano. E questo perchè? Perchè l'educazione non è avulsa dalla realtà. Quindi: ascolto è attenzione, ascolto è riflessione e ascolto è anche, per noi Capi, ascolto delle novità che ci vengono dagli allievi. Cioè, avere noi questa umiltà ( e questo lo abbiamo ascoltato prima nella preghiera) di saper accettare, perchè ci crediamo (non è accettazione passiva), saper accettare tutto quello che ci può venire dal Capo anche inesperto, che fa strada per noi.
Un'altra cosa: nel dare le risposte, Noemi non nasconde le difficoltà, tant'è vero che Ora si tira indietro, una delle nuore se ne va, e fa intravedere però "qualcosa" quando già dice: "io sono di Betlemme, è la mia terra" e già fa vedere l'obiettivo: La terra; "lì sono i miei parenti" e già fa vedere l'obiettivo: la famiglia, il popolo, la bontà.
Quindi, nelle difficoltà prospettare la "meta" è importante e accettare le scelte che possono essere anche non secondo quanto noi ci aspettiamo, anche scelte che possono sembrare sconfitte, ma, forse, Orpa ha fatto molto bene nella terra di Moab, forse molto meglio di come l'avrebbe potuto fare a Betlemme.
Altro punto: il rapporto umano. Ecco, io penso che oggi, ma non solo io, anche tanti studiosi lo dicono e tutti quanti ne siamo convinti, oggi ci sia grandissima sete di dialogo, di rapportarsi, di sapersi comprendere, eppure questo rapporto umano è molto disatteso.
C'è un corri corri, c'è un da fare, c'è un progettare per il domani, per il dopodomani; e allora chi c'è accanto, delle volte, è un essere accanto appartenente perchè già pensiamo alla risposta che gli dobbiamo dare. E allora il rapporto umano vero è il presupposto per un affetto sincero.
Io credo che sull'affetto anche dobbiamo molto fermarci; nel nostro mondo, ch'è un mondo abbastanza razionale o razionalista, l'affetto viene quasi bandito, come se fosse una cosa delle persone deboli.
Io credo ch'è una componente dell'uomo, e come tutte le componenti dell'uomo, va valorizzata. La mia esperienza dice che l'affetto, quand'ò sincero, cementa le idee, cementa i contenuti perchè, l'affetto se è sincero, è qualcosa che muove il cuore, il cuore inteso anche come intelligenza, per cui: sono "disponibile" a capire quello che l'altro mi dice, a capire ma che non significa condividere ma "capire"; allora, il rapporto umano che fa superare la solitudine e che apre anche alla fiducia in sé e negli altri.
Cosa voglio dire: delle volte noi ci troviamo di fronte dei Capi molto sfiduciati e se i Capi capiscono invece, dal dialogo, dal rapporto, che noi crediamo veramente nelle loro possibilità e crediamo realmente nella loro umanità, acquistano fiducia in se stessi e pensano di poter fare il passo che ha fatto Noemi: alzarsi e camminare.
Io immagino Noemi e Rut nella strada, secondo me non era una strada silenziosa, come non è mai stata una strada silenziosa quella che facciamo noi nella route: si creano i capannelli e si dialoga, si parla e quindi quel rapporto diventa "conoscenza", e la conoscenza non può limitarsi, se veramente abbiamo una fede, non può limitarsi all'occasione della route, del Campo Scuola. Ecco cos'è che deve continuare (conoscenza) e che cementa l'amicizia.
Sono piccole cose, banali, ma che possono farci capire; c'è un incontro: se io non vedo 'uno' dei Capi ch'è stato con me alla Route, mi devo preoccupare; ma con la preoccupazione ossessiva che lo voglio tirare a me, no, perchè questo non sarebbe libertà, ma mi devo preoccupare per capire se quel Capo forse ha bisogno, si trova in crisi, o forse, non è venuto per altri motivi. Ed allora, uno scritto, una telefonata, un'attenzione tramite l'amico.
Sono piccole cose che denotano però un nostro stile, che dev'essere uno stile di vita; non è essere "affettati" questo che sto dicendo, no, assolutamente! Delle volte io mando degli auguri ad alcuni di voi; una volta mi sono detta: am, può essere presa anche come una cosa che sa di "affettato", la ricorrenza; poi mi sono detta: non è cosi perchè "io" non lo sento cosi. Ma, è ricordare, in quel momento particolare, una persona che sento accanto, con me, che gioisce; ed allora, partecipare, far partecipare di questa gioia è una cosa molto bella. Ed allora: servirsi anche di queste cose, se ci crediamo, naturalmente; se no, no.
Ancora, per tutto questo che dicevo, naturalmente dentro di noi ci dev'essere una grande disponibilità; è questa disponibilità che fa vivere l'accoglienza in ogni occasione e questa disponibilità non ce la creiamo noi, non è una cosa di cui io mi posso vestire: è una cosa che io posso maturare perchè il Signore me la fa scoprire giorno per giorno. E, quindi, la nostra fede è una cosa che deve maturare continuamente; la "gratuità" ed il Suo amore, quanto più s'incarnano nella mia vita, tanto più mi fanno essere accogliente.
Pensiamo un pò all'accoglienza di Booz verso Rut, verso la 'straniera'. Intanto, anche prima, appena Booz arriva sul campo e dà un saluto ai mietitori, è un saluto veramente ricco perché: la benedizione di Dio sia con voi; e da questa benedizione di Dio, lui poi, guardando bene, vede la straniera. Chiede notizie e quei mietitori, benedetti da Dio, sanno che è questa donna, non è che siano all'oscuro, sanno e sanno dare notizie. Quindi è una benedizione non "chiusa" ma "aperta", che si moltiplica, che va avanti.
Un'altra cosa che secondo me è importante, da dare ai Capi, è la fiducia.
Che cosa intendo per fiducia: non solo riconoscere nei Capi tutto il "bello", tutto il "positivo" che loro hanno, tutta l'umanità che loro hanno, ma anche, insieme a loro, capire "dove" il bene può arrivare. Non lo capisco da solo! Forse ho un'esperienza e posso arrivarci
però, il camminare con i Capi, il camminare "non occasionalmente" mi fa scoprire con loro "dove" la possibilità, il bene dei ragazzi può arrivare.
Noemi ha tanta fiducia in Rut e ne vede le qualità; infatti, la sollecita, ne vede perfino le qualità fisiche (fatti bella figlia mia, vai nel campo, fatti bella, Booz ti deve vedere), ma scopre in Noemi anche la sua obbedienza e "insieme" intravedono il futuro: non è qualcosa che lei ha architettato poi fare obbedire ciecamente.
No, l'obbedienza di Noemi avviene attraverso una "comprensione" perchè insieme intravedono che cosa può avvenire.
Altra cosa: la testimonianza legata al servizio. Noi sempre diciamo: "i ragazzi esigono dai Capi la coerenza"; ecco, noi diciamo anche continuamente: "i Capi che fanno strada con noi esigono da noi la coerenza". Cioè, non vogliono tante persone che sanno parlare o, non vogliono "assolutamente" persone che predicano, ma vogliono persone che sanno parlare "dicendo la verità", il vero delle cose, il significato delle cose, ma che vivono con loro la realtà, che vivono i valori che propongono, nonostante i limiti, nonostante i ritorni indietro.
E allora, testimonianza non è solo: dobbiamo camminare per questa strada e guai a chi non riesce ad arrivare in cima; la testimonianza è anche saperci far vedere nella nostra umanità, nei nostri limiti. Questo è cosi importante perchè i Capi, attraverso noi (dico 'noi' ? ma attraverso tutta la gente), i Capi attraverso noi "intravedono" l'opera di Dio: nonostante la tua difficoltà, nonostante il tuo limite, nonostante il tuo volere andare avanti e poi i tuoi ritorni indietro, l'opera di Dio, il "bene" di Dio.
Quindi, testimoniare il Signore significa far vedere che nonostante la mia "povertà", nonostante il mio limite, nonostante il mio non saper fare i nodi, il mio sapere scalare una roccia perchè... o una montagna perchè sono vecchia, ecco, il Signore "opera".
Questo i Capi lo vogliono perchè vogliono persone "credibili". Booz è persona credibile per Noemi, è persona credibile per il popolo. Quando Noemi sa di Rut, ch'è andata per caso, a finire nel campo di Booz a spigolare, Noemi dice: "sta tranquilla, figlia mia, sarà in pace, Booz, solo quando avrà risolto il nostro problema". Quindi, Booz è credibile agli occhi di Noemi, è persona che testimonia la legge; non è persona che parla della legge ma è persona che vive la legge.
E Booz è credibile non solo per Noemi, è credibile anche per il popolo: quindi il Capo, non solo credibile per l'altro dello staff, che lo conosce, ma credibile per tutti i Capi.
Com'è credibile per il popolo? Com'è che il popolo s'accorge di questa credibilità? Si accorge di questa credibilità nel momento in cui Booz testimonia la legge riscattando e sposando Rut. Tant'è vero che il popolo dice a Booz: "fatti un nome a Betlemme".
Che vuol dire "fatti un nome"? Persona importante...no! Io sono Booz, io sono il padrone, io sono colui che è la forza (questo e il significato del nome, ma in senso negativo!): no, non vuol dire questo!
Essere "persone credibili", fatti un nome a Betlemme vuol dire: tu hai tutte le qualità per essere il padre del Salvatore, per essere il padre del popolo, e quando nasce, il figlio, viene infatti chiamato Obed non da Booz e da Rut (genitori naturali) ma viene chiamato, il nome gli viene dato dal popolo, quasi un segno di riconoscimento che quell'obbedienza è un servizio, è un bene per il popolo.
Alta cosa: il progetto. Io nella mia vita d'insegnante, nella mia vita di scout, tante volte sono stata tentata di mettermi a tavolino per pensare un progetto da portare avanti, però ho sempre capito che (come avete capito tutti quanti, sfondo una porta aperta, scusatemi, queste sono le riflessioni che mi sono venute, ci possono forse aiutare a ripensarle), viene la tentazione di mettersi a tavolino e redigere il progetto. Poi, dopo, capiamo che il progetto va elaborato se c'è un'esperienza vissuta, se c'è una realtà vissuta, una fede vissuta. Che cosa voglio dire?
Se noi non viviamo, come i Capi, l'esperienza di CO.CA, per poi riflettere su di esse e progettare, non riusciamo a fare veramente un progetto.
Quindi: bene la riflessione a tavolino, bene pensare, scrivere e progettarsi e darsi delle mete, però bisogna che si viva l'esperienza e l'esperienza vissuta ci dà le mete da raggiungere; il progetto, poi, si delinea nel cammino.
Rut e Noemi, nella strada, hanno chiarificato il cammino; nella conoscenza tra di loro, nel dialogo tra di loro hanno attraversato, nell'attenzione ai luoghi di carestia, nell'attenzione alla festa del raccolto che hanno trovato: nel cammino si è "delineato".
Penso che noi Capi dobbiamo fare allo stesso modo e questo ci serve soprattutto nelle CO.CA; e noi siamo nell' RTT apparteniamo anche (almeno credo qui tutti) a delle CO.CA. dove queste cose devono anche passare.
Chi progetta deve mirare ad un futuro diverso; delle volte noi cadiamo nel pessimismo, in tutte le situazioni: personali, di gruppo, del territorio, della Calabria, le situazioni di oggi nel mondo.
Mirare ad un futuro diverso non significa essere ottimisti senza avere i piedi per terra, ma, significa avere una fede.
Noemi è partita verso Betlemme: era una meta; intravedeva un qualcosa di diverso che la potesse reinserire nel suo popolo, non n'era certa, però aveva di mira un futuro diverso; ed oggi, credo che, se pensiamo alla situazione regionale, italiana, mondiale, dobbiamo avere questa fede e questa fede viene sì, ma perchè nel cammino "ha" scoperto la presenza di Dio, che ha delucidato la sua vita.
Chi progetta, un'altra caratteristica, dev'essere intraprendente. Questo è tipico dello scautismo: il senso dell'avventura, il senso del coraggio, è tipico nostro e di Noemi; a Rut, Noemi, nonostante vecchia, dice: "fatti bella, vai, aggiustati, mettiti il vestito, mostrati". Noemi, pur essendo la straniera, anche lei è intraprendente, si fa coraggio: se devo entrare nel popolo, "devo"!
Nel progettare non possiamo pensare che sono gli altri ad attuare, ma dobbiamo pensare che "facciamo insieme", siamo insieme a realizzare e, quindi, nella realizzazione, bisogna essere "compagni di strada", questo anche per un fatto di sostegno psicologico, umano.
Se si lasciano solo i Capi si sentono abbandonati, si ritirano, ma, soprattutto, perchè noi crediamo che la salvezza viene da un popolo non dal singolo.
Ecco, legata al progetto, c'è indubbiamente la speranza; la speranza del Messia, la speranza della bontà: da Obed a Davide, la speranza della "vita".
Da tutto questo mio dire, credo che la cosa che possa conglobare il tutto è questa: il Capo dev'essere "uomo" fino in fondo, e uomo fino in fondo significa uomo come lo è stato Gesù, cioè uomo di fede, uomo che ha camminato con l'ultimo, che si è fatto ultimo.
E uomo di fede significa essere uomini e cioè essere "uomini di fede" significa credere che chi opera il cambiamento è sempre il Signore, che noi siamo, attraverso il metodo scout, degli "strumenti importanti, perchè nel momento in cui diciamo "no" siamo "noi" che rispondiamo: un altro può rispondere ma non è la "nostra" risposta, cosi come, la risposta dei Capi che vengono ai Campi Scuola, se è un "no" è un no che fa male a tutto il resto del popolo; questo non significa che nel piano della Salvezza tutto non possa essere recuperato, fa male perchè è il "suo" no.
Uomo di fede significa credere che il Signore si serve anche delle persone più insignificanti per trasformare il mondo; persone insignificanti tante volte ci sentiamo noi, però forse quello è il momento in cui c'è la maggiore ricchezza, perchè c'è la disponibilità ad accettare il Signore ci cambi e quindi siamo le persone più ricche.
La risoluzione di Noemi e in più la nascita del Messia: non è venuta attraverso un progetto di giudici, di grandi uomini, di grandi personaggi, di persone perbene; è avvenuta attraverso due persone, due donne a quel tempo molto messe da parte, insignificanti, straniere, una straniera.
Però, attraverso chi si sente insignificante e quindi è "disponibile" al dono di Dio, all'amore di Dio, chi è in questa prospettiva, chi è il povero delle Beatitudini (che abbiamo ascoltato prima), quello è la persona che realmente "trasforma", realmente porta il "messaggio", non suo ma di "verità" e di fede di qualche altro.
Pensate un pò a Betlemme: un piccolo paese, un paese insignificante, potremmo dire la Calabria, il pese da niente con tutto questo sfacelo: come può venire la Salvezza dalla Calabria?
Eppure, ci dobbiamo credere! Se si riconosce, se la Calabria ( e la Calabria vuol dire "noi uomini"), se ci riconosciamo realmente "poveri" avviene la trasformazione.
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